23 February, 2017

Casa d'Italia a Toronto - Piazza Italia

Ripromettendomi di ritornare sull'argomento per l'importanza ed il coinvolgimento che impone, non posso che condividere le motivazioni così bene sintetizzate da Franco Misuraca, lo ringrazio per avere espresso quanti molti di noi condividono di fronte alla marea montante di attacchi che noi Italiani all'estero stiamo subendo (le sottolineature sono mie):
Dal Corriere Canadese del 23 febbraio 2017
TORONTO - Italianità e identità italiana, Legacy Group e memoria storica, Casa d’Italia e futuro. Nella nostra comunità si continua a discutere di tutti questi temi, che in definitiva appaiono legati l'uno all'altro. Oggi il Corriere Canadese pubblica l'intervento di Franco Misuraca, delegato per il Canada del Comitato Tricolore. 
English Version >>>

 Franco Misuraca

TORONTO - Ho seguito con interesse i dibattiti che girano attorno a iniziative come quella del Legacy Group, la rappresentazione dell’Italianità in Canada e l’influenza della comunità italiana in Ontario e in Canada.
In apparenza, la prima sembra essere sfuocata e l’ultima praticamente non esistente. Altrimenti come si spiegano gli sforzi ricorrenti fatti da almeno due provveditorati per sradicare il programma di insegnamento della lingua italiana nel cosiddetto “extended day”? O l’assenza di rappresentanza italiana nel gabinetto governativo federale, o il silenzio di politici provinciali e municipali di origine italiana sui temi principali del giorno?
È forse perché voi del Corriere Canadese vi rifiutate di dargli spazio? Credo che come comunità noi mandiamo avanti persone che hanno una loro sostanza, con tutte le carte in regola. Abbiamo dato tanto per la costruzione di questo Paese. La sua storia dovrebbe essere la nostra storia.
E non è la storia di banchetti sponsorizzati da un gruppo comunitario o da un altro per “riconoscere” i “soliti sospetti” con l’ennesima targa commemorativa.
Non è mia intenzione lo sminuire il valore delle iniziative fatte da altri, anzi è il contrario. Ma è giunto il tempo che tutti noi dimostriamo la nostra maturità come individui e come comunità. È tempo di raccogliere i frutti del lavoro fatto da altri a nome nostro.
Per farlo ritengo che noi abbiamo bisogno di superare le divisioni partitiche, di superare l’eco del nostro campanile e di andare oltre i santuari accademici e l’influenza della autorità italiane (dirette o attraverso i loro rappresentanti).
Messo da parte il loro valore, le Ambasciate e i Consolati sono istituzioni italiane al servizio dei bisogni di uno Stato straniero. È irrealistico aspettarsi che questi si mettano nelle nostre scarpe. E non dovrebbero nemmeno farlo. Inoltre, i nostri interessi sono a lungo termine, mentre il corpo diplomatico è qui per un tempo molto limitato.
Abbiamo bisogno di costruire sulla base delle esperienze e dei talenti di coloro che hanno lavorato duramente per l’integrazione e il riconoscimento in questo paese. Non possiamo ignorare ciò che abbiamo realizzato, e permettere ad altri di sminuire quanto fatto come un effimero fuoco di paglia. 
E non possiamo aspettarci che i nostri giovani siano pronti a impegnarsi con la stessa energia e senso di appartenenza se non li sproniamo a farlo. Ho notato che Corrado Paina, una persona verso la quale nutro rispetto, si è lamentato che i giovani professionisti, purtroppo, non hanno interesse nelle cose “italiane”. Ma lui non dice il perché.
Per me, questa non è una ragione sufficientemente valida da escluderli dalle riflessioni riguardo la nostra identità. Per quanto tempo ancora dovremo andare dalle stesse persone, “sbattendo il martello sempre sullo stesso chiodo”? Se continuiamo a suonare sempre la stessa corda, come possiamo aspettarci un suono diverso?
Oggi c’è un gran parlare su come possiamo utilizzare un bene immobile che è stato generato grazie ai sacrifici degli italiani [residenti nell’ora Downtown] prima della Seconda Guerra mondiale. Sembra che sia stato messo in piedi un “processo” per determinarne l’uso migliore. Un Advisory Board è già stato costituito per questo scopo.
Lo so perché l’ho letto sul Corriere Canadese, che cita uno dei membri dell’Advisory Board come fonte. 
 E continua dicendo che una volta che il “processo” sarà ultimato, la comunità verrà consultata. Posso esprimere il mio scetticismo senza essere negativo?
Le persone che vengono consultate adesso sono quelle la cui gestione di un altro grande bene della comunità - il terreno sul quale sorge il Columbus Centre, Villa Colombo eccetera - ha portato al livore pubblico e cause giudiziarie intestine la cui essenza è generata da qualcosa di diverso rispetto al benessere comunitario.
Il Corriere Canadese ha anche rimarcato che le autorità italiane, le presunte (ma finora non provate) proprietarie della Casa d’Italia, si sono imbarcate in consultazioni con la comunità italiana e con la comunità italocanadese. 
Il Corriere Canadese è stato in grado di determinare come i membri siano stati selezionati? Col massimo rispetto, mi sembra che la composizione dell’Advisory Group abbia già predeterminato come verrà poi utilizzato questo bene.
Temo che chi tra noi vive oltre l’area code 416 di downtown, nelle zone periferiche, se non “inferiori”, di Mississauga, Hamilton-Niagara, Brampton-Caledon, Vaughan, Aurora, Markham, Durham (e potrei continuare) sarà ancora una volta messo ai margini.
Dobbiamo essere inclusivi adesso, se vogliamo evitare le trappole del passato quando le buone intenzioni e le buone iniziative di gente dedicata sono poi finite a “tarallucci e vino”, come dicono a Napoli.

21 February, 2017

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Dal Brasile
Giorno dell'immigrante italiano in Brasile
Molossi (MAIE BRASILE): “ Potremmo festeggiare se solo avessimo
una rete consolare moderna, efficiente e accogliente”


Oggi, in tutto il Brasile, si festeggia il “Giorno dell´Immigrante Italiano”. E’ un’ occasione per riflettere sull´attuale situazione che viviamo qui, su cui recentemente si è espresso Salvador Scalia, ex presidente del Comites  di Recife, e anche l´Ambasciatore Bernardini, nel suo recente giro in Brasile. Sarebbe motivo di festeggiare se avessimo “..una rete consolare moderna, efficiente e accogliente, con il pieno utilizzo della tassa infame dei 300,00 euro, che è vicina al 3°  anniversario, per l'effettivo miglioramento dei servizi consolari. Il consolato deve essere una CASA Italia per gli italiani, i loro discendenti e per tutti coloro che amano l'Italia. In Brasile, rete consolare efficiente significa la fine della fila.” 
Per ora, invece, possiamo solo fare solenni complimenti agli sforzi dei nostri antenati coraggiosi.
Mentre scontiamo più di 140 anni di abbandono da parte di coloro che sono pagati per prendersi cura dei nostri diritti.
E rimarrà ancora così per molto tempo, se continuiamo a dipendere da rappresentanti politici ben articolati e strutturati in Italia, che dimenticano noi connazionali che viviamo all'estero.

Dall'Argentina
 Solo la professionalità e l’impegno del personale, sempre più ridotto in numero, riesce a mantenere in piedi un sistema sovraccarico di lavoro, il Governo e la maggioranza affrontino finalmente questa situazione (continua a leggere da Inform)


BUENOS AIRES – “La situazione della Rete Consolare, e dei servizi che essa dovrebbe garantire, è ormai giunta a un passo dal collasso. Solo la professionalità e l’impegno del personale, sempre più ridotto in numero, riesce a mantenere in piedi un sistema sovraccarico di lavoro. Lo afferma Mariano Gazzola, coordina torte del Maie per l’Argentina e vice segretario generale del Cgie per l’America Latina. “A Rosario, – prosegue Gazzola – il cittadino italiano che oggi chieda un appuntamento per il rilascio del passaporto, trova solo turno  per l’11 settembre. Sì,  quasi 7 mesi d’attesa! Se invece si tratta di un riconoscimento della cittadinanza, da quando richiede turno fino al completo espletamento della pratica dovrà attendere 72 mesi. Ma è ancora fortunato,.....

20 February, 2017

C'era una volta il PD..

Ci capite qualcosa sulle vicende del PD e dei suoi esponenti?  Meditiamo su quelli che si arrogano il diritto di rappresentarci...

https://drive.google.com/open?id=0BxAGc8U89vc7eXZtS3VwMlN6RTg

Niente male per un partito che blaterava che c'era una volta il Comites e il Centro Scuola..leggete tutto l'intervento cliccando sul testo che segue:
http://www.francescoluna.com/?p=1035
Gli sguardi tra i compagni (Renzi, Orfini) valgono più di mille parole (leggi commenti):
http://www.quotidiano.net/politica/foto/pd-orfini-emiliano-1.2908915

Forse è utile ricordare da dove vengono i "piddini"

16 February, 2017

A proposito di voto all'estero...




BUENOS AIRES\ aise\ - “Non è una novità. Ogni volta che si parla di consultazione elettorale, salta qualcuno che scopre che votano anche i cittadini italiani residenti fuori d’Italia e non riuscendo a farsi una ragione del perché di questa presunta “anomalia”, allora si scaglia contro di esso o propone una riforma. Immaginiamo che lo fanno subito dopo aver consultato nella web cliccando “voto degli italiani all’estero”, e allora - apriti cielo! - leggono i dotti trattati sulla questione da wikipedia, fattoquotidiano, corsera e via dicendo, sui presunti brogli elettorali commessi da “gente che non paga le tasse in Italia”, “per decidere sulla vita di chi vive in Italia” e roba del genere”. Inizia così l’editoriale con cui Marco Basti apre il nuovo numero della “Tribuna italiana”, quindicinale che dirige a Buenos Aires. 
“Si tratta di articoli e informazioni che si trovano nella rete già da anni e che ogni volta vengono spolverati per mettere in discussione un diritto sancito dalla Costituzione della Repubblica, ben prima della riforma dell’articolo 48 approvata nell’anno 2000, a conclusione della grande battaglia nella quale Mirko Tremaglia coinvolse tutto l’arco politico italiano.
L’ultima volta è stata in occasione del referendum costituzionale di novembre, quando in tanti paventavano il “pericolo che il voto all’estero” fosse determinante per l’esito del risultato. Ora, in vista di eventuali elezioni anticipate, un’altra volta siamo sul tema.
Come dicevamo, il diritto al voto, era riconosciuto dalla Costituzione fin dal primo giorno anche ai cittadini italiani residenti all’estero.
Non poteva essere diversamente perché si tratta di un diritto intrinseco alla condizione di cittadino. Infatti, anche prima della riforma del 2000 si potevaa votare, ma per farlo bisognava recarsi in Italia (erano previsti sconti sui mezzi di trasporto dello Stato, per consentire ai cittadini residenti all’estero di raggiungere i seggi nelle proprie città e paesi) ma pochi avevano la possibilità e il tempo, specialmente tra i residenti oltreoceano.
Naturalmente eleggevano tra i candidati che proponevano le liste presenti nel colleggio elettorale dove l’interessato si recava a votare. Quel che fece nell’anno 2000 la riforma dell’articolo 48, fu creare la Circoscrizione estero, cioè, costituire un colleggio che rappresentasse tutti i residenti fuori d’Italia. Completata con la riforma degli articoli 56 e 57 che assegnava a questa nuova circoscrizione dodici deputati e sei senatori, fu un punto di arrivo determinante per ottenere il consenso di tutte le forze politiche, perché fino ad allora, in genere partiti e politici si opponevano al nostro voto - tra l’altro- perché non volevano perdere il controllo dei “propri” colleggi elettorali.
Poi lo strumento indispensabile per rendere efficace all’estero l’esercizio del diritto di voto, fu la legge 459 del 2001, la legge Tremaglia, che stabilì il voto per corrispondenza. Bisogna ricordare che questo sistema fu adoperato per due ragioni principali. La prima era che si rendeva politicamente difficile far svolgere una elezione in tanti paesi - circa una trentina - nei quali risiede una certa quantità di cittadini italiani, per una questione di extraterritorialità politica. E infatti, prima di far votare i propri cittadini, l’Italia ha dovuto ottenere l’assenso dei vari paesi, perché autorizzassero questa attività politica nei loro territori. Non ci sono stati problemi in Europa, dove da tempo c’era un progetto politico istituzionale comune, qual è la Comunità europea e dove ad ogni modo c’era già all’epoca una intensa attività politica che potremmo chiamare transfrontaliera.
Non è stato molto difficile in paesi amici, come l’Argentina. Più complicato invece è stato ottenere il consenso in Canada e in Australia dove i governi, impegnati in politiche di integrazione degli immigrati, non hanno visto di buon occhio l’iniziativa, al punto che almeno nelle prime tornate elettorali, l’autorizzazione veniva data di volta in volta. Ma in definitiva, per la stragrande maggioranza dei paesi e dei cittadini italiani residenti in essi (quasi cinque milioni) l’accordo è stato trovato.

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